Sintesi storica

Cenni storici sull’emigrazione italiana in Romania

Sull’emigrazione degli italiani prima del 1800 si sa poco, però lungo gli anni essi furono segnalati alle corti principesche di Moldavia, Valacchia e Transilvania. Si trattava di viaggiatori, missionari, medici, avventurieri, architetti militari e civili, ingegneri, pittori, decoratori, musicisti, maestri di scherma, muratori, carpentieri, pietrai ecc.

I documenti storici attestano la loro presenza sul territorio attuale della Romania già dal XII secolo. Tra le prime colonie segnalate in Transilvania durante il regno di Geza II (1142-1162) si contavano, oltre ai valloni, anche gli italiani che si erano stabiliti a Varadino (l’odierna Oradea), dove avevano costruito i propri quartieri già prima del 1241, l’anno dell’invasione tartaro-mongola.

Nel XIII e XIV secolo le antiche fortezze greche sul Mar Nero diventarono colonie delle repubbliche marinare di Genova e Venezia, prima per accordo con i Bizantini e poi con gli Ottomani. Si trattava delle fortezze di Licostomo, Maurocastro o Moncastro e la fortezza danubiana Vicina.

Nel 1435 Venezia aprì anche un vice-consolato a Moncastro.

Dopo il 1300, vennero segnalati architetti e maestri italiani chiamati a costruire forti e fortezze.  Così, anche a Timisoara essi edificarono, tra il 1307 e il 1315, un castello per il nuovo re d’Ungheria, Carlo Roberto d’Angiò. Iancu di Hunedoara, governatore della contea di Timis e sovrano della Transilvania dal 1441, poi re dell’Ungheria tra il 1446 e il 1453, stabilì la sua residenza a Timisoara, e al posto dell’ antico castello distrutto dal terremoto, ne ordinò la costruzione di uno più grande secondo le tecniche del tempo e con l’aiuto degli architetti italiani (sembra milanesi).

Altri architetti italiani citati dalla storia sono quelli giunti nel 1541 per costruire fortezze contro i turchi. La fortificazione delle città, dei castelli e delle chiese sul territorio romeno era un fatto di importanza capitale. Anche Stefano il Grande ricorse agli architetti militari italiani quando fece costruire la cinta di mura lungo l’intero confine dell’est della Moldavia, creando forti bastioni contro gli attacchi tartari ed ottomani.

Già dal tempo di Matei Corvin e Gh. Zapolya, continuando poi con Bathory, Rackozy e Gabriele Bethlen, alle corti principesche transilvane lavoravano architetti e ingegneri militari e civili italiani.

Per esempio, le fortificazioni della città di Oradea furono rinforzate durante il regno di Bethlen (1613-1629) dal mantovano Giovanni Landi e dal veneziano Agostino Serena. L’architetto genovese Giacomo Resti costruì entro queste mura un palazzo pentagonale con un chiostro interno in stile palesemente italiano. Oradea – in tutta l’Europa centrale – è la città meglio conservata, costruita in stile rinascimentale italiano.

Lo stesso Agostino Serena costruì anche il castello Banffy di Bontida (Cluj).

L’aspetto odierno della città di Alba Julia è dovuto all’architetto Giovanni Morando Visconti, che ne ha condotto i lavori di costruzione tra il 1715-1735.

Tra i pittori che lavorarono alle corti principesche romene, sono da ricordare Masolino Panicale a Timisoara, Mina alla corte di Michele il Bravo e Giorgio Vernier alla corte di Nicolae Mavrogheni.

Musicisti italiani erano presenti alle corti principesche di Transilvania già dai tempi di Matei Corvin, tra i più noti: Giovanni Battista da Mosto e Giorgius Gyradi.

Nel XVII e XVIII secolo i documenti attestano la presenza di italiani alle corti valacche e moldave: medici, consiglieri, traduttori, segretari privati, maestri di scherma, guardie di confine, parrucchieri e così via.

Il periodo di maggior emigrazione degli italiani in Romania in epoca moderna riguarda soprattutto la seconda metà del XIX secolo, epoca in cui vennero riscoperte le grandi ricchezze del sottosuolo romeno (carbone, ferro, argento, oro e piombo) e gli austriaci, fortemente interessati al loro sfruttamento, crearono delle colonie in una parte della Transilvania con operai italiani: minatori, costruttori di rotaie e viadotti, tagliapietre, boscaioli ecc.

Con il lavoro minerario cominciò a svilupparsi anche il settore siderurgico e metallurgico, settori che richiedevano ancora manodopera qualificata. Così, una volta finito questo genere di lavori, gli italiani rimasero nelle rispettive zone e i loro discendenti vivono a tutt’oggi nelle province di Caras-Severin a Oravita, Bocsa, Otelu Rosu, Caransebes. Zavoi, Glimboca, Resita ecc.

La crescente domanda di prodotti agricoli sul mercato europeo portò all’estensione dei campi coltivabili e all’introduzione di attrezzature agricole, cosicchè, a partire dal 1830, cominciarono ad affermarsi nuovi mestieri (agronomi, geometri, veterinari, meccanici ecc.). D’altra parte, sul territorio romeno, ad esempio nella regione di Oltenia, c’era tanta terra spopolata, per cui venne impiegata la manodopera esterna.

Perciò, dopo il 1830 (oppure, secondo altre fonti, dopo il 1860), italiani del Friuli – Venezia vennero a lavorare queste terre. Gli immigrati, contadini poveri, in buona parte analfabeti, si stabilirono attorno alla città di Craiova. Alcuni loro discendenti sono identificabili a tutt’oggi nella zona. Però lavoratori agricoli vi vennero anche da altre province italiane, per stabilirsi in Moldavia e in riva al Danubio o del fiume Olt, ma anche a Târgovişte o Ploieşti.

Si stima che nel periodo compreso tra il 1860 e il 1920, in Romania emigrarono circa 60.000 italiani, di cui l’80% friulani. Gli altri provenivano da Emilia-Romagna, Lombardia, Puglia, Piemonte, Toscana … e recarono il proprio contributo alla costruzione della Romania moderna e all’europeizzazione dei suoi abitanti.

Nel 1940, quando la Romania si schierò con la Germania, buona parte degli italiani che avevano ammassato un po’ di fortuna si rimpatriò. Molti di coloro che rimasero a Bucarest morirono durante i bombardamenti del 1944, e dopo la sovietizzazione della Romania, alcuni vennero arrestati. A partire dal 1951, 40.000 italiani vennero rimpatriati forzatamente, in convogli di 100 persone, ogni 15 giorni. Ogni persona aveva il diritto di portarsi un’unica valigia, con gli effetti personali, di 35 chili al massimo. L’oro veniva confiscato.

A quelli rimasti in Romania vennero chiuse le scuole, le chiese, le case delle comunità, confiscati i passaporti, e furono costretti a rinunciare alla cittadinanza italiana. Per paura di rappresaglie, molti bruciarono tutti i documenti e gli scritti in italiano. Quindi, in Romania rimasero solo gli italiani naturalizzati romeni. E la vita andò avanti. Gli italiani continuarono a fare quello che sapevano meglio fare: costruire, lavorare la terra, scrivere, fare musica, teatro o dipingere.

Perciò, tra i nostri contemporanei spiccano personalità di rilievo quali Adrian Marino, Sorana Coroamă Stanca, Alexandru Pesamosca, Enrico Fanciotti, Horia Moculescu, Mişu Fotino, Dante Grechi, Angela Tomaselli, Mădălina Coracin, Mihaela Profiriu Mateescu-Culluri, Doina Florişteanu, Nicolae Girardi, Cristian Ţopescu, Mario Nardin e tanti altri.